Negli ultimi anni la chirurgia protesica ha conosciuto progressi significativi, consentendo a migliaia di pazienti di recuperare mobilità e qualità della vita grazie a interventi come le artroprotesi d’anca, ginocchio o spalla. Tuttavia, accanto ai benefici di queste procedure, esistono complicanze che rappresentano ancora oggi una sfida importante per la medicina. Tra queste, una delle più complesse e temute è rappresentata dalle infezioni periprotesiche (Periprosthetic Joint Infections – PJI).
Si tratta di eventi relativamente rari, ma con conseguenze potenzialmente gravi sia per il paziente sia per i sistemi sanitari. Una recente meta-analisi pubblicata nel 2025 sul The Journal of Arthroplasty ha dimostrato che la mortalità dopo PJI THA, ossia infezione periprotesica ad artroprotesi totale d’anca, è elevata (11,0%) entro tre anni dall’artroplastica ed è paragonabile ai tassi quinquennali di tumori, come quelli al seno (11%) e alla prostata (1%). A fronte di una mortalità così elevata diventa centrale per la comunità medica disporre di strumenti che siano assolutamente efficaci
Oltre all’impatto clinico, le infezioni periprotesiche comportano anche un peso economico crescente per i sistemi sanitari: negli Stati Uniti, ad esempio, si stima che i costi associati al loro trattamento possano superare i 750 milioni di dollari entro il 2030. Per questo motivo, la gestione di queste infezioni richiede oggi un approccio sempre più multidisciplinare e l’introduzione di soluzioni tecnologiche innovative in grado di migliorare l’efficacia delle cure.
In questo scenario si inserisce il lavoro di aziende impegnate nello sviluppo di biomateriali e tecnologie innovative come G21, che si distingue per la progettazione di soluzioni dedicate al consolidamento vertebrale e al ripristino della funzionalità articolare, con l’obiettivo di migliorare il percorso terapeutico del paziente ortopedico e anticipare le esigenze future dei professionisti medici.
Leggi l’articolo completo su Biomed News Periodico sul settore biomedicale.