Stefano Toscani: “Quello del Distretto è un grande territorio, capace di grandi cose”

Il Dottor Stefano Toscani per 32 anni è stato uno dei “cuori pulsanti” della medicina dell’Emilia Romagna rivestendo il ruolo di Direttore del Dipartimento Interaziendale di Emergenza-Urgenza dell’Ausl di Modena e dell’Unità operativa di Pronto Soccorso dell’Ospedale Santa Maria Bianca di Mirandola. A fine 2021 ha raggiunto la meritata pensione dopo aver affrontato situazioni molto delicate, dal terremoto del 2012, durante il quale fu nominato Referente medico per la Protezione Civile, alla pandemia di Covid-19, passando per l’alluvione del 2020.

Riportiamo qui un estratto dell’intervista che ha rilasciato nei giorni scorsi a Radio Pico, qui l’audio integrale https://www.radiopico.it/dottor-stefano-toscani-32-anni-in-prima-linea/

Lei ha fatto tanto per la sanità di questo territorio e per l’ospedale di Mirandola. Secondo lei, c’è qualcos’altro da fare e in cosa si può migliorare?

“Il campo sanitario e la medicina sono in evoluzione. Le tecnologie si portano dietro delle competenze, certe cose non si possono più fare nei territori periferici come ad esempio la chirurgia robotica. Bisogna, quindi, reinventarsi un ruolo per gestire al meglio i pazienti, c’è una modalità diversa di fare medicina e ciascuna modalità ha la sua dignità. C’è da fare tantissimo sulle cure territoriali, questa è una grande sfida, bisogna organizzarsi e farle al meglio. Occorre investire in persone valide che credano nel territorio e sappiano dialogare con i territori centrali”.

Lei si è occupato, principalmente, di migliorare tutto quello che ruota intorno al primo soccorso. In che modo?
“Nella realtà mirandolese si era creato un gruppo di giovani medici, di cui facevo parte, che hanno creato dei percorsi formativi proprio sull’emergenza urgenza. La formazione è stato il primo tassello fondamentale per elevare le competenze di medici ed infermieri. La nostra strategia è stata quella di fare sinergia con tutte le professioni sanitarie perciò abbiamo elevato tantissimo le competenze mediche e infermieristiche. Si sono creati equipe multi professionali. Poi la medicina si evolve, dalle auto mediche siamo passati all’elisoccorso e in questo modo ci siamo sentiti parte della rete emergenza urgenza dell’Emilia-Romagna, che è una di quelle più avanzate. Ovviamente, ci sono anche le criticità legate alle carenze del personale medico perché secondo me bisogna allargare gli orizzonti e fare in modo tale che questi territori siano attrattivi, anche dal punto di vista sociale e culturale”.

Tra le varie emergenze che ha affrontato c’è anche la pandemia attuale. Come valuta il lavoro fatto?
“E’ stato molto impegnativo. Si è trattato di un periodo molto lungo, caratterizzato dall’incertezza e dalla mancanza di piani specifici con la carenza dei dispositivi di protezione. Le linee guide per il trattamento di questa malattia sconosciuta cambiavano in continuazione, è stato molto difficile supportare gli operatori sanitari psicologicamente. L’aspetto relazionale con il paziente è stato drammatico perché medici e infermieri non potevano stare vicini ai pazienti, ma dovevano allontanarsi e questo ha comportato un grande lavoro anche sugli operatori. Come in tutte le cose, l’uomo reagisce, impara e le conoscenze migliorano. Non siamo ancora fuori dalla pandemia e sono passati più di due anni, è un’esperienza che logora in modo differente da quello che è il terremoto”.

Per quanto riguarda la pandemia, è stato fondamentale il distretto biomedicale mirandolese. Lei ha avuto modo di collaborare?

“Sono quelle esperienze di cui uno deve fare tesoro. Il primo approccio con il biomedicale, in modo strutturato, è stato grazie al Dottor Veronesi che quindici anni fa stava sperimentando un casco pe la ventilazione non invasiva. Avevamo sviluppato e ottimizzato in emergenza l’utilizzo appunto dei caschi. Possiamo dire che questo territorio è ricco di inventiva e progettualità. E’ stata un’esperienza fatta quindici anni prima che è venuta molto utile nel primo approccio al Covid e l’equipe dell’ospedale di Mirandola era particolarmente esperta quindi non abbiamo avuto problemi perché questo device lo conoscevamo. A dicembre, preventivamente, avevo fatto ordini di questi caschi con la paura che stesse succedendo proprio qualcosa di grosso. Questa è stata una sinergia molto forte con il biomedicale. Insieme a questo, sempre grazie alle risorse sul territorio biomedicale e al tecnopolo con i suoi laboratori. Avevamo criticità sulle dotazioni di protezione per gli operatori sanitari e sui territori di Mirandola e di Carpi è iniziata una produzione di camici riciclabili sulla quale i laboratori del distretto biomedicale di Mirandola testavano l’idoneità a proteggere gli operatori. C’è stata sinergia tra mondo tessile e biomedicale per la sicurezza, tante iniziative di cui dobbiamo andare fieri, a dimostrazione che questo territorio può dare tanto e andrebbe anche implementato”.